L’argomento dei patti di prolungamento di preavviso non è molto trattato anche perchè fino a poco tempo fa era poco diffusa come pratica. Per conoscere meglio il tema abbiamo incontrato l’avvocato Adriana Calabrese, con studio in Milano e specializzazione in diritto del lavoro, la quale all’attività professionale affianca anche un’intensa attività di divulgazione, attraverso la partecipazione a Convegni, collaborazioni giornalistiche, radiofoniche e televisive.
Avvocato a quali tipologie di dipendenti il datore di lavoro può chiedere di sottoscrivere un patto di prolungamento del preavviso in caso di dimissioni?
Premesso che stiamo assistendo a una estensione del fenomeno dei patti di prolungamento del preavviso e che tali patti consentono di prolungare il periodo di preavviso previsto dai contratti collettivi, va detto che essi vengono di norma sottoposti dalle aziende a figure professionali di profilo medio-alto, come quadri e dirigenti con con particolari know how.
Una delle ragioni per cui l’azienda sottopone a tali figure il patto di prolungamento del preavviso può consistere nella necessità di avere a fronte delle dimissioni del dipendente un maggiore lasso di tempo per poter reperire sul mercato una professionalità simile e di contenere ‘l’esodo’ di particolari figure professionali verso altre aziende del settore.
Di fatto il patto di prolungamento del preavviso consente all’azienda di contare su un preavviso di dimissioni di durata maggiore rispetto a quello prevista dal relativo CCNL.
In quale momento della vita professionale del dipendente può essere sottoposta la sottoscrizione del patto di prolungamento del preavviso? E in quale modalità può essere proposta e su quali tempistiche si poggia?
Il datore di lavoro può sottoporre il patto alla firma del dipendente sia all’atto dell’instaurazione del rapporto di lavoro e dunque inserendo il patto nella lettera di assunzione sia nel corso del rapporto.
Qual’è l’opinione corrente in merito alla validità di questi patti?
In linea generale la dottrina sostiene che tali patti non siano ammissibili, mentre le sentenze sull’argomento li ritengono validi purché siano rispettati alcuni criteri:
- la durata del prolungamento del preavviso non deve essere eccessiva. In questo caso la valutazione potrà essere effettuata dal giudice prendendo come parametro la durata del preavviso di dimissioni stabilita dal Contratto Collettivo;
- a fronte dell’impegno del dipendente a rispettare un preavviso più lungo, nel patto deve essere previsto un corrispettivo congruo. Anche in questo caso per stabilire la congruità potranno essere utilizzati dal giudice alcuni parametri, come ad esempio le conseguenze, anche economiche, che il dipendente affronta per il fatto di essersi vincolato a rimanere in azienda per il maggior tempo previsto dal patto di prolungamento;
- a fronte della violazione del patto meglio sarebbe prevedere la semplice restituzione del compenso aggiuntivo, anziché, come è d’uso, l’onere per il dipendente di pagare l’importo corrispondente alla più lunga indennità sostitutiva del preavviso, perché tale onere potrebbe essere considerato dal giudice troppo gravoso e perciò illegittimo.
E se un dipendente viola il patto di prolungamento del preavviso?
Se il dipendente viola il patto, e sempre che il Tribunale lo riconosca valido, sarà tenuto all’obbligazione che le parti hanno stabilito per l’ipotesi di violazione del patto (restituzione del compenso aggiuntivo o pagamento dell’importo corrispondente al periodo di preavviso indicato nel patto di prolungamento).
E se invece il patto viene dichiarato invalido/illegittimo?
In questo caso il dipendente dovrà restituire il corrispettivo che le parti avevano previsto nel relativo accordo, ma nel contempo non sarà piu tenuto a rispettare il preavviso prolungato, bensì quello previsto dal Contratto Collettivo.
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